Camillo Benso, conte di CAVOUR
Nell’approssimarsi del bicentenario della nascita, ricordiamo la figura di Cavour.
Riforme, diritti civili e politici, Costituzioni…queste le richieste avanzate da Camillo Cavour sin dal primo numero (uscito il 15 novembre 1847) di uno dei suoi giornali, Il Risorgimento, da lui fondato e diretto…
E non solo per il Piemonte, già da allora tali richieste venivano avanzate anche per il Regno Borbonico delle Due Sicilie. E’ stato infatti proprio Cavour l’attore principe di quelle drammatiche, complesse ed esaltanti vicende che portarono all’Unità d’Italia.
E anche se da molti dimenticato, è stato sempre Camillo Cavour, il vero, nobile padre di questa nostra Patria.
Convinto che il “Risorgimento” non consistesse solo nell’indipendenza della Patria, ma anche nello sviluppo della sua economia, in un regime di interna libertà, e nel miglioramento delle condizioni di vita della sua popolazione, curava il progresso tecnico piemontese, portando il Piemonte all’avanguardia di ogni Stato Italiano e non solo, riuscì a farne uno stato costituzionale allineato ai più progrediti d’Europa, operando nel contempo per realizzare un vasto piano di “redenzione di tutta l’Italia”. Come ebbe a scrivere il Salvatorelli.”…Per il ministro piemontese la libertà e la Costituzione erano sentite come valore intrinseco primario, come qualcosa che valeva di per sé la pena di conquistare e sviluppare…La libera attività politica era per il Cavour il bisogno supremo, come conquista della civiltà…”
Mentre si avvicina il bicentenario della nascita (10 agosto 1810), spiace rilevare che nei confronti di questo protagonista indiscusso del nostro Risorgimento si sia consolidata una specie di generale dimenticanza. Si ha quasi l’impressione che appaia ormai un personaggio fuori moda… Eppure fu un vero genio politico e, come ebbe a scriver W. De La Rive (Le Comte de Cavour. Rècits et souvenirs) “…aveva ciò che costituisce e completa il grande politico: l’ardore riflessivo, l’attività infaticabile, la sagacia, l’opportunità, la conoscenza del suo tempo, la fecondità di risorse, lo spirito libero da ogni pregiudizio, il cuore esente da qualsiasi odio…”
Ed ecco cosa scriveva personalmente l’Uomo del Risorgimento: “…presso un popolo che non possa andare fiero della propria nazionalità, il sentimento della dignità personale non esisterà che eccezionalmente presso alcuni individui privilegiati. Le classi numerose che occupano le posizioni più umili nella sfera sociale, per acquisire la coscienza della propria dignità hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale. Se desideriamo con tanto ardore l’emancipazione dell’Italia, è non solo per vedere la nostra patria gloriosa e potente, ma soprattutto perché possa elevarsi nella scala dell’intelligenza e dello sviluppo morale fino al livello delle nazioni più civilizzate".
E Giuseppe Massari così lo descriveva ne “Il Conte di Cavour”: “ Alla vigilia della guerra…Ciò che ebbe a soffrire il povero conte di Cavour non può essere descritto con adatte parole; solo chi lo ha veduto in quei giorni non più dimenticabili può avere il concetto esatto degli strazii, delle perplessità, dei dubbi che travagliavano la sua grande anima. La diplomazia voleva e disvoleva, negava oggi ciò che aveva affermato ieri, minacciava, blandiva; oggi correva a precipizio, domani si fermava. Un uomo di tempra meno vigorosa di quella del Conte di Cavour ci si sarebbe consumato in brevissimo spazio di tempo, ma egli era forte e sereno; passava, è vero, ore affannose e tormentate di amare dubbiezze, ma poi vinceva ogni prostrazione, ripigliava l’imperio sugli stessi suoi più legittimi risentimenti, ridiventava lui medesimo…il grido di guerra era ripercosso da tutta l’Italia: Modena, Parma, Piacenza, Reggio, Bologna, Firenze si commuovevano e stendevano le braccia verso il Piemonte, verso il re, verso il grande ministro. Ed il Conte di Cavour pensava a tutti, a tutti mandava una parola di incoraggiamento, tutti stimolava ad accorrere sotto le armi, ad imbandire la spada per la conquista della patria indipendenza”
Desideriamo citare ancora un pensiero di E. Mann Borgese (Testimonianze Americane sul Risorgimento): “…e tuttavia, chissà per quale motivo, egli (Giuseppe Garibaldi), fra tutti gli uomini del suo tempo, deve apparire quello prescelto e destinato all’immortalità. Io almeno, penso che Cavour sia di gran lunga il più grande dei due; ma forse l’Italia futura adorerà la memoria di Garibaldi e proverà piuttosto un senso di rispetto e di ammirazione per la figura di Cavour”.