La terza Repubblica peggiore della prima e della seconda.

    L'equità e l'uguaglianza sono state ultimamente propagandate e promesse da un Governo di moderati che con equilibrio e destrezza ha invece seguito i suoi predecessori nell'arte della pubblicità e dei falsi proclami cui essi ci avevano abituati.
    A tal riguardo si può comparare quel famoso milione di posti di lavoro" con la promessa occupazione giovanile; la lotta alla corruzione con il persistente silenzio/assenso; la sicurezza dei cittadini ignorata semplicemente evitando il sostentamento a chi la garantisce, la lotta all'evasione facendo di tutta un'erba un fascio per attingere denaro solo da chi le tasse le vuole pagare ma non ha i mezzi per farlo; la scuola e la cultura che, se non precluse, vengono orientate ad uso e consumo dei figli di papà; la sanità negata a chi è nel maggiore bisogno; il fisco che grava sui soliti noti ignorando gli altri soliti noti salvaguardati con artifizi e pennellature insussistenti utilizzando i medesimi trucchi adoperati per far pagare le accise e quant'altro a coloro che delle ingiustizie se ne sono fatta una ragione ; la finanza sporca legittimata da petrolieri, assicuratori e banchieri e, non ultimo, gli strumenti della comunicazione subdolamente ristretti per gli uni ed elargiti gratuitamente agli altri.
    Costoro sono sostenuti da partiti che in nome di un malinteso senso di bene comune e al fine di ottenere il proprio bene, dicono di essersi sacrificati con l'intento di prenderci meglio in giro riservandosi stipendi e privilegi che aumentano anziché diminuire, con un perenne ladrocinio evidenziatosi nel momento stesso in cui si dichiarava di voler perseguire i corrotti; con la diminuzione risibile degli organici a fronte di pillole indorate" che prevedevano ben altra cosa, incluso l'eliminazione delle Provincie; con la riduzione delle auto blu che trattandosi di un simbolo è per sua natura un bluff tenuto peraltro conto che essi possono comprarsi un parco di auto diecimila volte superiore all'esistente mediante la truffa dei finanziamenti pubblici erogati a partiti immaginari e poi, restano sempre le intoccabili consociate per organizzare meglio corrotti e portaborse. Infine, i partiti sono sempre pronti a paragoni con l'Europa quando le comparazioni sono vantaggiose per loro e svantaggiose per chi le subisce.
    Chi sono e da chi sono sostenuti affaristi, intrallazzieri, lobby e corrotti è sotto gli occhi di tutti. Ma c'è chi, come tutti gli altri, si relaziona e trova riferimenti con essi pur vestendo l'abito dei difensori della glebe. Sono i peggiori e sono quelli che stanno affamandoci nel nome dei propri interessi che chiamano sacrifici e che, guarda caso, li vedono sempre più pinguemente stare meglio.
    Questa non è democrazia, questa è gente che gira il mondo per attingere le cose peggiori e tradurle in Italia. Queste sono persone che non conoscono la Nazione e la sua gente perché sono sempre vissuti in ambienti perfidi e corrotti e si relazionano con la parte peggiore del Paese, tra cui palazzinari e quelli che gli fanno fare affari.
    E' vero che la politica è un'arte nobile ed è vero che i partiti erano una fucina dove maturava il bene comune deliberato da una maggioranza che aveva sussidiarietà con le minoranze . Cosa c'entra questo con un presente in cui invece sono salvaguardati e perpetuati gli affari e i privilegi di pochi attingendo da una maggioranza che oltre ad essere sfruttata è condotta alla miseria. Non si stanno programmando cambiamenti reali che si possono ottenere soltanto con un cambio generazionale. I soliti noti possono produrre solo solite regole utili a se stessi.
    Questa gente non lascerà mai e a se stessi farà succedere la propria genia cresciuta, come loro, tra finanza e privilegi. L'invito è di coltivare l'amore per il prossimo nelle nuove generazioni, perché e l'unico modo per avere una politica diversa e partiti degni della primaria funzione indirizzata alla crescita civile. La mia generazione ha fatto il suo tempo e passerà non lasciando nulla che sia da considerarsi degno se non i giovani in cui è già radicata l'onestà, che peraltro è sorella minore di un'infinità di altri valori rari a trovarsi nelle famiglie e negli eredi di chi ha fatto della politica un business.

Caro direttore,

    martedì scorso la Camera dei deputati ha approvato, convertendolo in legge, il Decreto Legge n. 211 del 22/12/2011 (Interventi urgenti in materia di sovaffollamento carcerario). L'articolo 3 ter del decreto prevede la chiusura entro il 31 marzo 2013 dei 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari presenti sul territorio nazionale (anche se è stato approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a posticipare la chiusura di sei mesi se non ci saranno le condizioni per procedere entro la data prevista) e in loro sostituzione l'apertura di varie piccole strutture sanitarie che ospiteranno i malati mentali considerati socialmente pericolosi. Tali malati dovranno essere curati e custoditi da psichiatri e infermieri mentre all'esterno di queste strutture opereranno, senza entrare in contatto diretto con i malati, le forze di polizia.
    Sui contenuti del suddetto Decreto Legge si è accesa, nei giorni scorsi, un'intessante polemica tra Franco Rotelli, storico esponente di Psichiatria Democratica, e il Senatore Ignazio Marino, il principale promotore della chiusura degli Ospedali Pschiatrici Giudiziari. Sostanzialmente lo psichiatra Franco Rotelli ha sostenuto (vedi L'Unità del 12/2/2012) che con l'entrata del vigore del Decreto Legge n. 211: 1) Chiudono gli ospedali psichiatrici ma se ne apriranno tanti altri "piccoli e carini" mentre Franco Basaglia (principale promotore della Legge 180 che decretò la chiusura dei manicomi) si battè affinchè l'assistenza psichiatrica fosse diffusa sul territorio. 2) Franco Basaglia si battè per l'eliminazione del pregiudizio della pericolosità sociale della sofferenza mentale ma in Italia attualmente su 600mila persone che soffrono di disturbi mentali gravi solo uno su mille commette reati; dove sta, quindi, la pericolosità sociale? 3) Nelle nuove strutture previste dal Decreto Legge ai medici verrà affidato di nuovo il ruolo di carcerieri. 4) Chi ha commesso un reato punibile col carcere deve scontare la sua pena, matto o non matto; chi ha ucciso stia in carcere per il tempo previsto dal Tribunale.
    La risposta di Ignazo Marino è stata, sostanzialmente, la seguente (vedi L'Unità del 13/2/2012): 1) Grazie al Decreto Legge n. 211 cancelleremo la tortura e il letto di contenzione, due pratiche odiose attualmente diffuse negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. 2) Cosa si deve fare con i pluriomicidi affetti da gravi sofferenze psichiche? Non si possono destinare ad una cella a dispetto delle disposizioni di un Tribunale. 3) In cella non si cura nemmeno un raffreddore, altro che sofferenze psichiche gravi.
    E' sorprendente che dalla discussione tra Franco Rotelli e il Senatore Marino (due uomini di sinistra) venga fuori un contrasto quasi insanabile sul concetto di malattia mentale grave, sul ruolo degli psichiatri e sulla funzione del carcere per i malati mentali. Ma ciò che maggiormente sorprende è che mentre Rotelli nega la pericolosità sociale della sofferenza mentale contemporaneamente sostiene che il malato mentale che ha commesso un reato deve stare necessariamente in carcere. Dal suo ragionamento, stranamente, sembra emergere quale principale preoccupazione quella che vada evitato un contatto troppo stretto tra i malati mentali gravi e gli psichiatri.
    Cordiali saluti.

UNA PARTENZA SENZA RITORNO

    Mio padre e mia madre portarono sempre nell'anima il lutto per la perdita della terra natia, dove non vollero mai più tornare neanche per una fugace visita. Soprattutto mio padre non si riebbe mai più dal trauma del crollo del proprio mondo e degli inauditi atti di ferocia di cui furono vittime tanti suoi amici, a Pisino, ad opera dei "liberatori" titini. Questo fardello doloroso di memorie e di lutti è stato da loro trasmesso a me. Ed io non riesco a parlare di certe cose senza che il male che mi porto dentro non straripi attraverso tutto il mio essere. Perché non è facile scoperchiare la bara delle vittime, degli infoibati, degli sradicati per sempre, senza soffrire profondamente di nuovo.
    Noi profughi istriani, fiumani e dalmati, vittime di una vicenda storica per tanti anni ignota ai più – noi non abbiamo avuto il conforto che altri conoscessero solo un po' la nostra storia – e vittime della nostra stessa mitezza: noi non abbiamo mai espresso atti di violenza terroristica, neppure con bombe-carta o petardi di sorta. Se è impossibile trascorrere 24 ore negli Stati Uniti o in Canada senza imbattersi, una decina di volte, in notizie riguardanti l'Olocausto e il ruolo – storico e metafisico – di vittime degli ebrei, per noi è stato per tanti anni quasi impossibile trovare un interlocutore solo un po' attento e sensibile alla nostra vicenda di esuli giuliano-dalmati. Infatti, quando, sollecitato da qualcuno, avevo parlato della mia origine e un po' della nostra vicenda storica, avevo trovato nell'interlocutore, non di rado, perplessità, incredulità o addirittura ostilità. "Allora sei slavo...", era una reazione normale. I comunisti, poi, ci condannavano apertamente.
    L'antipatriottismo, invalso in Italia per tanti anni, spiega queste reazioni. Cosa volete, l'italiano è innanzitutto "uomo di partito". Il sentimento di Patria gli è estraneo. In Italia ed al di fuori dell'Italia, il grottesco manicheismo stabilito dai vincitori non può conferire altre patenti al di fuori di quella di carnefici, o di alleati dei carnefici, al campo dei vinti. Da ciò consegue che Tito, per anni, è stato visto come una figura leggendaria d'eroico combattente antinazista.
    Sconfitta, esodo, perdita della terra natale… Tali parole evocano negli italiani brani lirici, avvenimenti biblici, pagine di storia riguardanti popoli esotici. La parola "esodo", per noi, non ha invece nulla di indeterminato, di vaporoso, di romantico. Esodo fu la nostra partenza di massa, con la perdita di una delle cose più preziose per l'uomo: il microcosmo che lo ha visto nascere e gli ha riempito l'anima di colori, suoni, sapori, che mai più ritroverà altrove.
    Partenza, abbandono, radici spezzate, fedeltà, madrepatria… Le parole, finché non vengono vissute, sentite nella carne, non possono darci tutto quello che hanno dentro: dolcezze ineffabili o tremendi veleni.
    Come passa il tempo… La Jugoslavia di Tito solo ieri dava lezioni politiche e morali al mondo intero. Non vi era foro sui problemi dell'umanità al quale l'uomo nuovo titoista non partecipasse, per dare ammaestramenti con voce grossa ai meschini abitanti del resto del pianeta su come superare gli egoismi nazional-borghesi, e così accedere ad una nuova umanità, più aperta, più tollerante, più generosa.
    Fa quasi pena ironizzare sui sanguinosi massacri che hanno accompagnato lo smembramento della Jugoslavia lungo le sue cuciture etniche, ma non è difficile immaginare lo stato d'animo di un profugo istriano come me, che per anni ha dovuto subire le incredibili menzogne jugoslave, avallate dai "progressisti" del mondo intero, primi fra tutti gli italiani. Questi ultimi stravedevano per le bandiere e le stelle rosse, mentre giudicavano che esibire i colori della propria bandiera costituisse una provocazione di stampo reazionario e fascista.
    La tragedia della nostra gente si consumò, in quei lontani giorni, nell'assenza d'ogni segno d'attenzione, di solidarietà, di simpatia, e senza la presenza dei riflettori, delle telecamere e delle cineprese, che invece illumineranno a giorno e riprenderanno per le platee del mondo, i sanguinosi scontri tra le etnie jugoslave, anni dopo.
    L'Istria si svuotò. Anche l'anima venne strappata ai luoghi. Lo sa così bene chi vi è tornato in visita: i luoghi non hanno più i loro Penati, i loro Mani, i loro Lari, gli spiriti benigni custodi delle memorie. I morti ingoiati dalle foibe sono morti per sempre. Forse è stata la superstizione balcanica di far morire con gli infoibati anche un cane nero ad aver sortito il suo effetto. Nessuno, niente più tornerà. L'estraneità dei luoghi fu suggellata per sempre in quei tragici giorni. I campioni di pulizia etnica, dopo tutto, seppero pulire a fondo.
    La morte delle foibe segnò l'agonia e la fine di un popolo. Questa morte avvenne nell'isolamento, nell'indifferenza, nel silenzio. Fu una morte solitaria, senza funerali, senza segni di lutto, senza cordoglio, senza riti di passaggio. Fu una morte, appunto per questo, che non è mai stata esorcizzata. Una morte rimasta per sempre in molti sopravvissuti, come purtroppo ho potuto constatare nella mia famiglia, nei miei genitori, in me stesso.
    È pur vero che i vinti hanno sempre torto. Ma questa volta ai vinti sono stati attribuiti tutti i torti dell'universo. E in più hanno avuto diritto ai lazzi e agli sberleffi. La sconfitta della patria nella seconda guerra mondiale ha fornito un inesauribile materiale umoristico alle meningi dei creatori italiani, che hanno prodotto una chilometrica sequela di film, libri, lavori teatrali, improntati alla parodia… Il paese di Pulcinella è ritornato alla sua vocazione antica, forse la sua sola vera, di popolo di saltimbanchi, di macchiette, di gente scaltra, esuberante, che sa divertirsi, e che per secoli ha fatto il tifo ora per un occupante straniero ora per l'altro.
    Oggi, dopo decenni di martellamento e di spernacchiamenti contro l'Italia che fu, io stesso ho talvolta dei dubbi e mi chiedo se – dietro gli apparati, dietro una certa retorica e il pompierismo di certi protagonisti e di certe comparse che seppero trarre profitto da quel "sogno di gloria" – vi fosse vera sostanza, cioè gente con intenzioni sane, coscienze normali, sentimenti giusti. Ma poi mi basta pensare ai cosiddetti "fascisti" della mia famiglia e della cerchia dei miei parenti – gente pacifica, seria, onesta, umana, leale, ordinata, con un profondo senso di civismo e di solidarietà nazionale – e allora ancora più tragica mi appare la sorte di chi, ai confini, fu ingannato da quella speranza, e credette realmente in quel sogno, pagando poi di persona, anche con la vita, per quella che in fondo era un'illusione...
    Molti degli italiani del confine orientale vissero il sogno di una nuova Italia come qualcosa di serio, di nobile, di bello. All'ordine e alla serietà erano stati educati dalla dominazione austriaca. Al senso dell'onore, al patriottismo, al desiderio di essere considerati in tutto e per tutto italiani, erano stati preparati da una lunga attesa, dal culto di Roma e di Dante... Da molto, troppo tempo questa gente attendeva la "redenzione", termine che non ha avuto mai nulla di retorico per i nostri padri perché sentimento vero. Triste fu la sorte di tanti profughi che, come i miei genitori, dopo il naufragio, rimasero, nonostante tutto – perché nasconderlo? – fedeli a quell'illusione così vicina alla loro natura più intima, e continuarono a mettere in pratica quotidianamente gli ideali d'ordine, autodisciplina, onestà, serietà, solidarietà nazionale, patriottismo. E non avrebbero potuto far diversamente, perché non tutti cambiano natura cambiando geografia.
    Chi parlava dei morti della foiba di Basovizza, fino a non molto tempo fa rischiava l'accusa di voler minimizzare la Risiera di San Sabba. Il Presidente più amato dagli italiani, Pertini, non fece mai pericolose confusioni circa i martiri "Doc". Quando andò a Trieste volle commemorare le vittime della Risiera di San Sabba, ma non le vittime delle foibe.
    Non si può capovolgere il lieto fine della seconda guerra mondiale. Alla belva è stata piantata un'asta d'acciaio nel cuore. Ci mancherebbe altro che si cercasse ora di dar voce ai morti delle foibe, che si rivelasse il martirio dei vinti, ricordando la tragedia degli stessi civili tedeschi, bambini compresi, espulsi, violentati, massacrati. Non confondiamo i cattivi con i buoni. Non confondiamo i morti innocenti... Ai Finzi Contini i loro giardini, sempre al centro della produzione letteraria e cinematografica del mondo intero in un crescendo di cui non si intravede la fine. Silenzio assoluto invece per più di mezzo secolo sui nostri orti dell'Istria, sulle nostre case di pietra occupate da altri, e sullo sradicamento che è stato la peggiore tragedia che poteva toccare a noi, popolo non nomade ma profondamente attaccato alla terra, e popolo di una sola patria.
    La rinuncia forzata alla terra natale è la perdita di un qualcosa d'insostituibile che aiutava a dar senso all'assurdità della vita. Di qui un sentimento di "destino mancato" che hanno tanti esuli, soprattutto quelli che vivono all'estero.
    I quebecchesi piangono una sconfitta subita quasi trecento anni or sono. Gli ebrei piangono un esodo avvenuto un paio di millenni fa. Vi sono stati dei giovani canadesi, australiani, americani, di genitori croati, che sono andati a combattere, a uccidere e a morire, nella nuova Croazia in guerra con la Serbia (cosa che io stesso giudico eccessiva, anche perché, nella mia concezione del patriottismo, alla terra in cui si nasce sono dovuti amore e lealtà). La sconfitta in Giappone causò suicidi di massa. Molto diffuso tra gli americani è il culto dell'onore nazionale. Io non voglio giustificare certi eccessi che nascono dal culto della patria e dell'onore nazionale, ma semplicemente dire che quando paragono il mio patriottismo, il mio senso di lutto per la tragedia della Venezia Giulia e della Dalmazia al senso spasmodico d'identità etnico-religiosa, al vittimismo, al senso di esclusione verso gli altri, e al culto di un passato plurimillenario che hanno gli ebrei, io non posso non considerarmi un tiepido, un moderato, un "laico" . E lo stesso mi succede quando raffronto il mio senso guerriero a quello di ceceni, serbi, croati, irlandesi, baschi, corsi, ceceni… L'antipatriottismo, l'opportunismo e il filocomunismo di larghi strati in Italia sono stati la causa diretta, se non altro, della mia decisione di emigrare. Adesso può far sorridere il pensiero che vi fosse gente in Italia, allora, che temeva – come sempre lo temettero i miei genitori – il ripetersi del "ribaltone", quale lo avevano già conosciuto in Istria. Essere profughi giuliani, essere fermamente anticomunisti non era certamente un titolo di merito nell'Italia che espresse il terrorismo delle Brigate Rosse e il diffusissimo fenomeno degli utili idioti e dei radical chic che esaltavano la Jugoslavia di Tito, non solo, ma la Cina di Mao e la Cambogia di Pol Pot.
    Gli studi consacrati alle vittime di avvenimenti collettivi tragici constatano che queste rimangono afflitte da un senso di solitudine, quando tali pagine sanguinose di storia non sono conosciute dall'opinione pubblica. Il non riconoscimento e l'indifferenza altrui impediscono che si consumi il processo rituale di cordoglio, necessario ad ogni guarigione.
    Il fatto stesso che gli altri italiani siano così diversi da noi sembrerebbe indicare che il nostro dolore sia frutto di una sensibilità esagerata. Il dubbio che le nostre reazioni agli avvenimenti siano sostanzialmente dovute all'eccezionalità del nostro essere emerge per contrasto di comportamenti e di sensibilità tra il nostro patriottismo e la totale indifferenza, per mezzo secolo, della stragrande massa degli italiani alla tragedia dell'esodo. È una caratteristica soprattutto italiana questo non far coincidere il proprio destino con il destino della patria. La sensazione del disagio-dolore unico, incomunicabile, impedisce il conforto che deriva dalla convinzione che gli altri possano capirci.
    Tutto è andato nel peggior dei modi, in maniera beffarda. La Jugoslavia è stata acclamata per decenni come una terra promessa dai nostri "progressisti". La vita in Italia è stata dominata dal filocomunismo e dall'opportunismo più cagone. Noi profughi siamo stati ignorati, oppure considerati moralmente come dei nazifascisti. L'avversione del comunismo ha impedito a molti di noi di restare in Italia. Ma, anche all'estero, nei consolati italiani risultavamo "nati in Jugoslavia".
    Poi i buoni e magnifici vicini dell'est si sono scannati. E, che Dio mi perdoni, solo questo mi è apparso come un ritorno alla verità delle cose. Il sangue è ripreso a scorrere. Le foibe hanno ripreso la loro funzione balcanica di carnai comuni. Per noi, infine, le cose hanno ripreso il loro senso. Le nuove morti e il nuovo sangue ci hanno dato ragione.
    E finalmente, oggi, la nostra tragedia è stata riconosciuta. Le tante iniziative a nostro favore intraprese dal governo di centro-destra, tra le quali il "Giorno del Ricordo", su iniziativa dell'On. Menia, e i francobolli per onorare l'italianità delle terre perdute, dovuti all'On. Gasparri, hanno messo fine all'indifferenza e al silenzio nei nostri confronti. Anche l'attuale presidente della repubblica Giorgio Napolitano, ex comunista, ha fatto un sentito, ammirevole "mea culpa" circa il silenzio che ha avvolto per troppo tempo, in Italia, il dramma delle foibe. Ma questi riconoscimenti giungono troppo tardi per i miei genitori e per tantissimi altri che sono morti lontani dalle amate terre, dopo mezzo secolo d'indifferenza. Né possono dissipare in noi l'amarezza di tutta una vita. Immaginiamo per un attimo che nessuno conoscesse della persecuzione nazista subita dagli ebrei. Come dovrebbero allora sentirsi coloro che direttamente la patirono o le cui famiglie in una maniera o nell'altra la subirono? Certo, il paragone con gli ebrei è estremo, probabilmente eccessivo, ma permette comunque di far capire agli altri che il non riconoscimento di un esodo, di una persecuzione, di una tragedia collettiva è stato fonte, per troppi anni, di solitudine e di amarezza per i sopravvissuti.